DISTRUGGERE LA BELLEZZA

Osservo giocare gli ultimi frequentatori del mio amatissimo Circolo. Che squallore! L'imperativo categorico è uno solo ormai: mangiare un pedone. Fin dall'apertura non pensano ad altro. Quale regresso. Parafrasando Alfred de Musset potrei esclamare:"Sono arrivato troppo tardi in un mondo troppo vecchio.", ma saggiamente (?) mi trattengo.
Almeno costoro, per raggiungere lo scopo, erigono rigidissime strutture di pedoni, rinforzano gli ormeggi già sicuri ( il mare è forza 3.), ma hanno studiato tutte le partite di Karpov, hanno divorato volumi di strategia, hanno preso salatissime lezioni da sperimentati Maestri che, come i bravi medici, gli hanno insegnato come tenersi in vita il più a lungo possibile. Costoro, alla fin fine, amano gli scacchi.
Ma vi sono molti ambiziosi, che giudicano una mossa pari a un'altra, e affermano presuntuosi che non è necessario conoscere un'apertura o una variante, basta il loro talento (di scacchicidi), e poi sì, sono gli specialisti de: "l'avrei giocata dopo", i più accaniti nel deridere gli sprovveduti alle prime esperienze.
E' un dato di fatto che, senza assurgere alla signorilità e gentilezza di Michele Godena, tutti i Maestri, o "coloro che sanno", sono i più tolleranti.
Questi incapaci, pigri ambiziosi, sono il male degli scacchi. Allontanano dal gioco molti entusiasti, non desiderano apprendere, perchè sovente non capirebbero.
E così arrogantemente affermano che al loro talento non servono maestri.
L'ambizioso a scacchi, è il giocatore privo di esigenze.
E lo scacchicida è l'ambizioso che, deluso dai suoi pochi meriti sulla scacchiera, coltiva il solo progetto di distruggere tutta la bellezza scacchistica alla sua portata.
La collera è la virulenza del debole sprovvisto di argomenti e di ragioni.
Assassinare un'opera d'arte, dice Jodorowsky, è mostruoso come assassimare un essere umano. Ben diversamente sentiva gli scacchi Alfred de Musset, pur essendo febbrilmente preso dalla sua arte. Amava in special modo il cavallo. Lo chiamava, appunto, "cheval" e non "cavalier". Con lui dice che "parlava".
E' celebre il suo "problema d'Alfred de Musset" che è precisamente un matto in tre mosse con due cavalli, più un terzo, nero. E' ormai un secolo che questo prodigio "equino" fu pubblicato sulla rivista specializzata del Caffè de "La Regence". Io l'ho dimenticato. Se qualche spirito eletto mi può essere d'aiuto gli invierei una corona d'alloro.
Suo fratello Paul scrive:"..fu un uomo parossisticamente inquieto, studiò l'opera di Philidor, di Walker, giocò con i più forti de "La Regence", anche con il grande Labourdonnais, amò i gambetti e i sacrifici "ad majorem Caissae gloriam.", odiò lo squallido guadagno di un pedone". Obiettivo su cui oggi i più indirizzano tutti i loro sforzi e la loro (unica) idea fin dal principio.
Nulla sembra di meno importante alla pigrizia mentale degli ambiziosi che questo studio scacchistico, arduo come quello di una scienza astratta.
Ma a queste menti, ai de Musset, la lettura, i mille impegni, lasciano ancora troppo spazio alla noia. Essi amano "fare", non "assistere imbelli".
Sovente de Musset si lamentò "che la vita è lunga e che questo diavolo di tempo non cammina."
Avrebbe voluto vedere il tempo trottare come il cavallo dell'Iliade che, precedendo la morte, avvertì Achille profeticamente!