E chiuso il quaderno de matti famosi, con tristo costerno negletta riposi, riposi tu inutile, di pezzi un dì fiera, mia lignea scacchiera.
Occulta nel fondo doscuro armadione, per te, allor biondo, non ebbi attenzione, vagavo coi futili, con femmine a schiera, ed eri chimera.
Per quanta vicenda di lente stagioni riempisser lagenda di mille occasioni, da te io, volubile, e senza rimorso, non ebbi soccorso.
Ancor sembra ieri; sul Pado pur ora assai volentieri stringevo una mora; ragazze cantavano, e il remo tendea verso il Cerea. (*)
E fresca la polve che il tempo perduto da crapule involve. Già sono canuto, e appena lostetrica, posommi pian piano sopra il divano!
Tu, prima che desta, divina scacchiera, colpissi mia testa sul far della sera, ne avevi, da secoli, già prima plagiati co pezzi pregiati!
Riflesso negli occhi il piano e il quadretto, già Re ed arrocchi mi tengono stretto, trattati ora scoprono di pelaghi ignoti i tratti ostrogoti.
Nellimo, i finali, ignoti e sepolti; aprendo, di draghi mi parlano, stolti; gran libri mi insegnano varianti matrigne di botte più arcigne.
Son baldo di speme, pur ultimo giunto, mi dedico al seme di un mondo irraggiunto malgrado la fiaccola: (insegna al maldestro un Grande Maestro!)
Soltanto più scacchi! Studiar senza freni malgrado di smacchi il cielo baleni. Per mosse recondite ardente mi spando: minformo, domando.
Mavanzo, mavanzo, novello guerriero, mesercito a pranzo, esploro il mistero. Tristissime lacrime ancora rinserra
di scacchi la guerra!
Ma é troppo segreta pe miei settantanni la nobile meta di studi ed affanni! Randelli marmorei, picchiando, fan male, sullerta fatale!
Alfine disceso su smanie ormai dome, un Angelo atteso chiamommi per nome: Carletto, riprenditi! tralascia, pollastro, non sei che un disastro!
Compiute le sorti, io giunto al tracollo, in neri angiporti mocculto, barcollo; ma sono alfin Libero! Mi fo un pisolino nel caldo lettino.
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Sul chiuso quaderno
di vati famosi,
dal musco materno
lontana riposi,
riposi marmorea,
dellonde già figlia,
ritorta conchiglia.
Occulta nel fondo
dun antro marino
del giovane mondo
vedesti il mattino;
vagavi co nautili,
co murici a schiera;
e luomo non era.
Per quanta vicenda
di lente stagioni,
arcana leggenda
dimmani tenzoni
impresse volubile
sul niveo tuo dorso
de secoli il corso!
Noi siamo di ieri;
dellIndo pur ora
sui taciti imperi
splendeva laurora;
pur ora dal Tevere
a lidi tendea
la vela di Enea.
E fresca la polve
che il fasto caduto
de Cesari involve.
Si crede canuto
appena allArtefice
uscito di mano
il genere umano!
Tu, prima che desta
allaure feconde
Italia la testa
levasse dallonde,
tu, suora dei polipi,
de rosei coralli
pascevi le valli.
Riflesso nel seno
de ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.
Nellimo de laghi
le palme sepolte;
nel sasso de draghi
le spire rinvolte,
e lorme ne parlano
de profughi cigni
sugli ardui macigni.
Pur baldo di speme
luom, ultimo giunto,
le ceneri preme
dun mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi augùri.
Sui tumuli il piede,
ne cieli lo sguardo,
allombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
Tavanza, tavanza,
divino straniero:
conosci la stanza
che i fati ti diero:
se schiavi, se lagrime
ancora rinserra,
è giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sullerta fatale
ascendi, mortale!
Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spirito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;
compiute le sorti,
allora de cieli
ne lucidi porti
la terra si celi:
attenda sullàncora
il cenno divino
per novo cammino.
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