ATTENTI ALLA LUNEBURG

Incredibilmente, un'opera prima di uno sconosciuto, di un rappresentante di computers, come lui stesso si definisce, però, beh, Prima Nazionale della FSI, che è pur sempre qualcosa, senza particolare battage pubblicitario, è stabilmente ai primi posti delle vendite della narrativa italiana ed ai primi posti dei libri più venduti in assoluto in tutte le classifiche specializzate, ormai da parecchi mesi.
Si tratta della Variante di Luneburg di Paolo Maurensig, goriziano, 49 anni, squisita persona, poco "italiana", molto mitteleuropea.
L'affascinante romanzo cattura l'attenzione del lettore, anche digiuno di scacchi, fin dalle primissime battute e non lo lascia più fino al termine.
Non per nulla è stato fatto da più parti un parallelo con un giallo-noir.
Per me è qualcosa di più, anche se il paragone non è privo di fondamento ed a maggior ragione non cadrò nel difetto, per me imperdonabile, di far menzione, anche solo di sfuggita, ad alcunché della trama, cosa che, ahimè, non rifuggono dal fare, e per esteso, pregiatissimi critici, penne incensate, raffinati santoni della "cultura" togata.
Per me è un racconto che, attraverso un gioco di per sé carico di esoterismo e simbologie, così connaturate appunto a questo nostro "gioco" Reale, non concedendo nulla al sentimento, al lirismo,ad un piagnucoloso romanticismo, percorre d'un fiato una sua strada diritta, che, pur baluginando a tratti nella torrida temperatura cerebrale, punta senza tentennamenti allo scopo, completamente e continuamente immerso, e questo è il suo massimo fascino, in un misticismo metafisico. Alto voltaggio. Qui si gioca una autentica "partita con la morte". Qui assurge a monolitica, inquietante divinità, e tutti noi ben lo sappiamo, l'Attenzione.
Come lascia scritto all'Allievo, in ultimo, il Maestro: "E se la causa di tutto questo fosse stata la tua disattenzione?" E il "tutto questo" non è la Regina in presa, non è la sventata perdita della partita, ma della vita stessa, tua, di tanti, e del bene supremo: la libertà. Non nuovo questo tema, peraltro, che già lo ritroviamo in Zweig, in Roth.
Vi è nella prima parte, molto ben affrontata anche una ben nota mitologia scacchistica: quella dell'onnipotenza, che sembra spesso possedere anche spingilegno meschinetti e non solo i mitici Steinitz, che davano a Dio un pedone di vantaggio.
Continui e precisi i riferimenti tecnici, ovviamente, ed è la prima volta in letteratura cinema teatro che ciò accade, senza sbavature o approssimazioni, giacché chi scrive è uno scacchista-autore e non un letterato-scacchista a tempo perso.
La Variante, audace e discussa, affascinante e provocatoria, che dà invero ben più del titolo all'intrigante romanzo, pare essere chiaramente l'antichissimo Fegatello che già si trova di sfuggita in Polerio (XVI° sec.) e chiaramente in Salvio nella sua curiosa Scaccaide del 1612, ove peraltro si dà un cavallo per un pedone soltanto, ed è pur sempre temibile e temuta ancora oggidì, tanto che, nella difesa dei due Cavalli, ogni maestro la evita accuratamente, giocando alla 5) dopo exd non Cf6xd5, ma interponendo Cc6-a5.
Ma queste notazioni scacchistiche sono curiosità che paiono mortificare l'opera, che le trascende ampiamente.
Il fatto stesso che un editore come Adelphi e per lui Roberto Calasso, abbiano accettato di pubblicare nella prestigiosissima collana Fabula il manoscritto di un "non addetto ai lavori" la dice lunga sul suo valore.
Per l'Autore un meritatissimo terno al lotto, per tutti noi un immenso piacere.
E' veramente uno dei due casi letterari dell'anno.
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