“IO SONO IL PRINCIPIO E LA FINE”

All'editore Franco Maria Ricci non interessa stampare volumetti in carta riciclata 100 pagine 1000 lire.
Egli ha barattato le tensioni del successo commerciale con l'allegro piacere che è un dato costante di tutte le sue pubblicazioni.
Franco Maria Ricci ha concepito, all'inizio degli anni 80 la felice idea di pubblicare una collana, unica nel suo genere, di letteratura fantastica: "La Biblioteca di Babele", nome così appropriato. I trenta titoli che la compongono furono selezionati da sua Maestà Jorge Luis Borges, al tempo stesso autore delle prefazioni di tutte queste opere.
Nel volume dedicato ai "Racconti Argentini" figura un racconto di Federico Petzer "Il Professore di Scacchi" che riporto per la gioia di chi saprà apprezzarla.
" Quando glielo presentarono, al Circolo Sociale del paese, l'uomo non comprese bene il cognome; ma evidentemente non era uno del posto.
L'individuo era alto, canuto e con una barba assai curata... Propose subito di giocare a scacchi. In realtà, l'uomo sapeva appena muovere i pezzi, tuttavia accettò.
Tutte le sere, pazientemente, il forestiero gli dava lezione. Non giocavano, studiavano metodi per ottenere una buona posizione dopo l'apertura, combinare le mosse centrali, concludere in bellezza. Un giorno il professore gli disse: " Sa che lei sta giocando molto bene? Ormai di scacchi ne sa quasi quanto me".
L'uomo si sentì lusingato, ma non volle vantarsi.
La differenza sta nel quasi", disse.
"Sì, può darsi", rispose l'altro, come se pensasse che ormai era ora di andarsene in un altro paese meno noioso.
L'apprendistato durò ancora una settimana. Quando venne la domenica, il professore disse:
"Domani me ne vado; è lunedì... Ma prima faremo l'ultima lezione."
Cominciarono. La partita era pari, e non si intravedevano possibilità per nessuno dei due contendenti. Erano nella fase centrale del gioco, e il professore, che sembrava preoccupato, non aveva avuto occasione di segnalare nessun errore, come faceva abitualmente nel caso di una mossa debole e scorretta dell'uomo. Improvvisamente lo guardò, e disse:
"Vuole che giochiamo sul serio?"
L'allievo non parve capire; aveva sempre giocato sul serio. Il professore chiarì:
"Voglio dire che continuiamo la partita fino alla fine, capisce? Senza che io le suggerisca nulla. E' un modo per valutare le sue forze..."
L'uomo guardò la scacchiera, osservò accuratamente la propria posizione e la considerò alla luce di tutto ciò che sapeva. La partita era equilibrata e avevano gli stessi pezzi. Ma c'era qualcosa che gli piaceva. Era come l'intuizione che avrebbe vinto, come un desiderio di competere, di rischiare. Guardò il volto impassibile del professore.
"D'accordo!" disse.
Allora l'altro mosse un pezzo (toccava a lui) e sussurrò: "Matto."
Era vero.
"E' sorprendente", disse l'allievo. "In apparenza non c'era nessun pericolo. Eravamo pari..." "E' così, in apparenza", concesse il professore.
L'uomo, ormai rassegnato, commentò mentre si alzavano:
"Non bisogna fidarsi troppo. E' questa l'ultima lezione, vero?... Come ha detto che si chiama?"
Il professore rispose:
"Dio".