GLI SCACCHI SONO IN ASSOLUTO LO SPORT PIU' VIOLENTO SU QUESTA TERRA
G.Kasparov (Campione del mondo)
Si gioca a scacchi da tempo immemorabile, e le partite sono sempre nuove e se ne fà la cronaca e la storia, eppur la scacchiera è sempre la stessa e sempre eguali i pezzi e le loro mosse, e re e regine e torri e alfieri sono sempre "identici a loro stessi" come le idee di Platone, e ancor più che la stella Venere nei crepuscoli del mattino e della sera.
Eppur questo è dunque uno sport? Uno sport violento? Ma come, due distinti gentiluomini, seduti, immobili, senza un goccio di sudore, stanno praticando uno sport, uno sport violento? non è questo il "nobil gioco"? Sì. Anche Il pugilato,non era detto "noble art"? Gioco, arte, sport,sono tutt'uno. Sono l'uomo. La sostanza del nobile gioco si pasce dell'affermazione della propria superiorità intellettuale, dell'umiliazione dell'avversario. Si gioca per far male, per colpire chi ci sta di fronte. I pezzi sono come delle armi, squadroni di cavalleria e bande di arcieri una volta, squadroni di carri leggeri o pesanti, batterie di cannoni a tiro rapido oggi. E l'obbiettivo è sua maestà il cervello." Ora vaga il re dallo scudo nero guarda le sue legioni vinte sul campo solitario. / Dovunque si muova ode sinistri rumori. / Scacco! risuonano le valli. Scacco! echeggiano i boschi. / Non c'è più scampo: guarda il suo certo destino. / Abbandona il trono alla rovina / Ed è scacco matto".
E sì, questi campioni sono stati cinque ore allo stesso tavolo, seduti di fronte, senza mai guardarsi, nemmeno quando si sono stretti la mano all'inizio e alla fine della partita, come consuetudine di questo nobile gioco. Nobile? E' il gioco del massacro. Mai si vedrà competizione o sport con una così potente carica di rivalità. Anche a non eccelsi livelli senti l'odio. E' palpabile nell'atmosfera. ( Scrive lo scrittore scandinavo Thor Wilhjamsson: a scacchi vince chi odia più intensamente. )
Appare di gran lunga meno impietoso un combattimento sul ring, con i pugili carichi di furore omicida, tra il pubblico che urla. In una sala da torneo c'è un silenzio da acquario. IL silenzio e la fredda compostezza rendono surreale questo massacro. Ciò che più colpisce negli scacchi è l'aggressività. Nessuno gioca per partecipare, ognuno gioca per vincere. Ma la tortura mentale è acuita dalla pazienza. Poiché la combinazione è subordinata alla risposta dell'avversario bisogna anche essere pazienti, molto pazienti... Ricordo un vecchio socio che, irritato da un qualche indugio del suo antagonista, sbottò: "guardi che o si gioca o si pensa!"
"Scacco matto" è un' espressione nata da uno sdrucciolamento fonetico dall'espressione originaria: "Scià matt", il re è morto.
Il passaggio dalla filologia alla politica sarebbe breve, specie in questo periodo che vede in ribasso le monarchie. Ma è meglio lasciare questi problemi ai generali ed ai politici.
A noi interessa perché una partita a scacchi si debba risolvere con un assassinio reale. Non tutti i monarchi poi sono dei Macbeth, ci sono anche dei Ludwig di Baviera. Già in questa chiave di lettura si intravede quanto vera sia la recente affermazione del campione del mondo. In un omicidio, anche se metaforico, forse si intravede un pò di violenza!
Gli scacchi appaiono di frequente nelle saghe nordiche. In quella di Saint Olaf, il re Canuto (Knut) gioca una celebre partita col suo ospite, il conte Ulf. Canuto fà un errore, perde un cavallo. Ma contrariamente alla regola severa, millenaria, degli scacchi, forse profittando del fatto di essere un re, ripete la mossa. Ulf, furioso, rovescia la scacchiera e fugge in chiesa. Ma i sicari di Canuto lo raggiungono nella cappella dove s'era rifugiato e lo uccidono, spargendo il sangue sull'altare. Una leggenda, mi pare, abbastanza sintomatica e che dovrebbe far riflettere quelli che insistono a credere che il gioco degli scacchi rifletta le regole della cavalleria.
Emanuel Lasker, campione del mondo dal 1894 al 1921 scrisse un libro: "Pazzia e sangue". Che i grandi giocatori siano degli anormali, dei nevrotici talvolta al limite della pazzia, è cosa pacifica. Sono tutti degli "enfant prodige", e questo fatto condiziona necessariamente la loro esistenza. Chi può essere un divo a 15 anni con l'avvenire già segnato, quando la maggior parte dei coetanei va ancora al ginnasio, senza che il proprio carattere si alteri? Abbiamo tutti sotto gli occhi ciò che sta succedendo ora nel tennis, altro sport individuale, maniacale e violento. Che poi nel fondo dei giocatori di scacchi brulichi un acre istinto di morte è quanto Lasker ha cercato di spiegare nel suo "Pazzia e sangue", sfatando la leggenda che li vuole leali e cavalieri. In essi prevale, ci dice, un istinto di morte legato ad una esasperata volontà di potenza. E non a caso il gioco degli scacchi è stato il passatempo (ammesso che si possa chiamare tale uno sport che impegna come nessun'altra attività le facoltà intellettuali e nervose tanto da far perdere a chi lo pratica anche due chili per partita) dei re, dei principi e dei generali. In sostanza, una metafora della politica e della guerra, nelle quali non c'è posto per la pietà, il rispetto e altre considerazioni umane.
All'istinto di morte e alla volontà di potenza che sono strettamente collegati, aggiungete l'orgoglio intellettuale, e il quadro sarà completo. Nel giocatore di scacchi esso è smisurato. Sulla scacchiera non c'é posto per il caso e la sfortuna ai quali ci si possa appellare in caso di sconfitta. Tutto dipende da noi stessi. Si vince o si perde per proprio merito o per propria colpa. E questo spiega l'indicibile violenza. La violenza d'un Alechine,che spaccava scacchiera, mobili e suppellettili, quando perdeva, la fuga del grande Steinitz quando fu sconfitto da Lasker, per non farsi vedere piangere come un bambino. Le dichiarazioni di Fischer per cui nulla conta, contano solo i suoi Pedoni, i Cavalli, il Re: "Mi piace vedere l'avversario dibattersi, soffrire. Mi piace schiacciarne la personalità".
Se vinci hai la certezza di essere un genio, capace non solo di dominare l'avversario, ma addirittura la realtà, (le leggi della natura, come ha scritto Aldous Huxley); se perdi, hai perso tutto, hanno il diritto di giudicarti uno stupido. La ferita più grave, impossibile da medicare. Ogni sportivo ha il suo anestetico, anche il grande cantante può sbagliare una nota alta, prendere una stecca. Gli sarà perdonato. Al campione di scacchi no. E' necessario assolutamente vincere. Mai visto in tanti anni un campione che accetti con signorilità una sconfitta.
Gli scacchi sono dunque un'austera metafora della vita e della lotta per la vita, e si portano appresso la percezione terribile, al di là della scacchiera, della presenza d'una lunga ombra simbolica: quella della tua morte. Ciò avviene anche in una partita giocata fra dilettanti. Con quale disperazione ci si ostina ad osservare il materializzarsi di quella morte senza scampo quando si è ad un passo dalla disfatta!
E' in tale stato d'animo che vengono alla mente le parole di un oscuro poeta inglese del Seicento:
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