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RICORDI DI UN GIOCATORE DA CAFFE'
da "The World of Chess" 1974,
di Anthony Saidy e Norman Lessing
"Lei arrocca a modo suo e io a modo mio"
Quando si parla di scacchi, "caffè" è un termine generico che può applicarsi in diversi modi. Si tratta dei luoghi in cui si gioca (o, per meglio dire, purtroppo, si giocava ) e questo comprende non soltanto i caffè altrettanto cari ai maniaci degli scacchi quanto agli alcolizzati, ma anche le panchine dei parchi, i tavolini delle piazze, le sale delle feste municipali, e quei luoghi ove si può giocare a scacchi pagando una tariffa oraria, i circoli ove si gioca a carte, in cui si ammetta anche il gioco degli scacchi, i piccoli circoli di scacchi ed anche i grandi Club, ed i grandissimi, nelle frequenti occasioni in cui le partite a scacchi di Tornei serii, cedono il passo a partite con la cagnotte o al gioco lampo, abitualmente meno redditizie ma più divertenti. Abbinandoli alla parola Caffè si intendono quei giocatori appassionati, stregati psicologicamente, al limite del fanatismo, di un livello, a volte, appena inferiore a quello di un Maestro, che sono alla perenne ricerca di rapide vittorie ; il tempo infatti in certi casi è assimilabile al denaro, perchè queste persone solitamente giocano per denaro concedendo dei vantaggi a dei mediocri sprovveduti, abbastanza stolti o abbastanza ricchi da scommettere sul gioco.
Fischer giovane un giorno apostrofò sdegnosamente Lasker come "giocatore da Caffè", perchè era infastidito, analizzando una sua partita, nel constatare in qual modo quest'ultimo si lasciasse dominare in una posizione, che lo induceva poi a doversi arrabattare per trarsi fuori dagli impicci.
E' certo che in seguito Bobby cambiò parere!
In fin dei conti la definizione di "gioco da caffè" applicato agli scacchi indica abitualmente una preferenza per linee di gioco combinativo e ricercato e ben sovente poco solido, a detrimento insomma di ricerca di posizioni più sane.
Il gioco di Tal è stato spesso tacciato di "gioco da caffè", le sue idee infatti derivano da una immaginazione così brillante che in questo caso è implicita in questa definizione una nota ammirativa.
Le esperienze di un Maestro impegnato in un torneo importante, non impediscono che le manovre "da caffè" siano ben vive nei ricordi del mio coautore Norman Lessing, che frequentò come giocatore il più tipico di tutti questi locali con le caratteristiche della atmosfera "da caffè", cioè lo Stuyvesant Chess Club di Nuova York.
Non vi è mai stato un luogo paragonabile a questo circolo ed è poco probabile ve ne siano in futuro.
Era un mondo a parte popolato da strane creature che amavano giocare a scacchi più di qualunque altra cosa, e il fatto è che vi giocavano dal mattino di buonora fino alla chiusura, di solito tra le 3 o le 4 del mattino.
Queste persone avranno avuto una famiglia? Alcuni di loro sicuramente, perchè erano pronti ad esibire fotografie della loro moglie, dei loro bambini, probabilmente per sentirsi la coscienza a posto. Qualcun altro aveva perfino il permesso di dormire sui tavoli stessi dopo la chiusura, e questa prassi era tollerata dal gioviale e rubicondo proprietario, Jacob Bernstein, più conosciuto con il nome familiare di Yonkel.
Situato nella parte bassa dell'East Side di New York, nella 14a Strada, appena ad ovest della 2a Avenue, lo Stuyvesant Chess Club serviva in realtà come facciata ad una casa da gioco. Consisteva in una lunga galleria in vecchio grès da costruzione, sopraelevata su un ammezzato , al di sopra del livello stradale, con un certo numero di tavoli per gli scacchi anteriormente, e di tavoli da gioco per le carte sul fondo. Alla galleria faceva seguito una cucina approvvigionata di tutto ciò di cui potevano aver bisogno i clienti, dal caffè ad uno spuntino, fino ad un pasto completo.
I giocatori di scacchi non dovevano pagare alcunchè per occupare un tavolo o giocare. Si faceva affidamento sul reddito derivante dalle loro consumazioni, il che in effetti accadeva con qualcuno di essi che disponeva di qualche mezzo. La maggior parte si installava dinnanzi ad una tazza di caffè, ben sovente dimenticandosi pure di pagarla.
Il rumore era ad alta densità ed il fumo così spesso che si sarebbe in effetti potuto tagliare con il coltello. Rare lampadine elettriche con grandi abat-jour verdi, pendevano al di sopra dei tavoli, illuminando triangoli di fumo.
Ci si sarebbe potuto attendere dei clamori dal lato dei giocatori di carte, e le dispute erano frequenti, ma la verità obbliga a riconoscere che erano i giocatori di scacchi ad essere i più chiassosi.
L'atmosfera, o quel che mancava a completarla, era riempita da epiteti di origine yddish o germanici come "patzer!" "pfuscher!" "dummkopf!" "nebbish!" "schemiel!", che si potrebbero tradurre con "pasticcione!" "truffatore!" "imbecille!" "povero idiota!" "nullità!".
Alcune convenzioni creavano delle scorciatoie nel continuo concerto di insulti, come, ad esempio, nel caso del giocatore A che mostrando di voler giocare una mossa, si sentiva apostrofare dal giocatore B: "Anche lei lo è!". Un estraneo che avesse assistito a questa scenetta sarebbe rimasto alquanto sorpreso. ma il senso era chiaro: se A vuol giocare una simile mossa, pensa B, mi sta prendendo per un idiota. Non vi è dunque alcuna necessità di pronunciare una frase intermedia, è sufficiente rispondere in modo diretto: "Anche lei lo è!".
Non bisogna però concludere che il livello culturale fosse basso, perchè in realtà abbondavano persone in grado di discorrere con eloquenza di letteratura, musica, arte, alle quali si univano frequentemente visitatori di ogni genere, artisti, musicisti, e molti altri.
La grande domanda che si pone è questa: come si procuravano da vivere i frequentatori abituali dello Stuyvesant Chess Club? Vivevano gli uni degli altri? La proporzione delle cifre in palio nelle partite non permetteva di supporlo. Certamente era impensabile si giocasse una partita senza una posta in contanti, che poteva oscillare da un decimo di dollaro ad un dollaro, (1930). Ma in genere era di 50 cents.
Ben inteso, vi erano dei rinforzi da parte dei commercianti del quartiere e degli impiegati delle vicinanze, che in tal modo contribuivano al finanziamento comune, ma l'interrogativo di base rimane senza risposta.
Una cosa è certa: nessuno di essi si arricchiva.
Alcuni degli habituès portavano il proprio nome, ma alla maggior parte quasi immediatamente venivano affibbiati nomignoli pittoreschi. Uno di essi, che aveva la sventura di chiamarsi Krupp e di avere un grande naso, era stato soprannominato "Krupp del cannone", "City College" (scuola comunale), era quello affibbiato ad un ometto magrolino ed amarognolo, che rivolgeva costantemente domande di questo tipo: " Ma lei si crede così forte?" "Crede di essere il più potente?"
"Fahrfahlen" era il soprannome di un anziano signore rubicondo semplicemente perchè egli detestava questa parola, che in yddish vuol dire che tutto è perduto e in senso figurato: distrutto, stroncato. Una sera giocava con uno spiritosone di cattivo gusto chiamato Miller. Costui lo pressava perchè abbandonasse la partita, dicendogli: "La sua posizione è persa, Fahrfahlen!" "Non dite questa parola!" esclamò il vecchietto. Il viso del burlone si illuminò di soddisfazione: "Lei mi prega di non dirle fahrfahlen, Fahrfahlen?" Ad ogni ripetizione il vecchio signore emetteva pietosi gemiti. Ma era tutto ciò che potesse fare per alleviare le sue sofferenze. Nelle sere successive le esclamazioni "Fahrfahlen, simile a spaghetti e funicelle! Fahrfahlen, ottuso come un sedere di anitra! ", si sprecarono.
Una volta il vecchietto tornava dalla cucina portando un bicchiere di thè su un piattino. Miller, che entrava, gli gridò come benvenuto: " Fahrfahlen!", il vecchietto sobbalzò, il thè schizzò fuori, inondando un tavolo di giocatori di carte infuriatissimi. Miller, beninteso, era al settimo cielo.
"Slowly", dentista in pensione, meritò questo soprannome per la mania che aveva di dire slowly e cioè: piano, dolcemente, ogni volta che un suo avversario doveva eseguire una mossa praticamente forzata. Il dottor Slowly aveva una inquietante fissazione a proposito delle "Ossa del Cristo" e parlava spesso di finanziare una spedizione per trovarle, una spedizione che attraverso vie misteriose avrebbe dovuto portare onori e fortune agli eventuali partecipanti.
Queste arringhe giungevano talvolta a dar sui nervi agli ascoltatori: "Ehi Slowly! crede nell'aldilà?" "Naturalmente!" "Allora, quando vi giunge, tenga la bocca chiusa!" Un altro sghignazzò: "Finanziare una spedizione? Lei, un tipo che non sgancerebbe un cent per vedere la Statua delle Libertà fare la spaccata!" Ma torneremo ancora più a lungo sul dottor Slowly.
Lo Stuyvesant Chess Club contava un buon numero di forti giocatori ed era in grado di disputare competizioni fra i varii Club della città, fornendo spesso delle squadre capaci di battere i famosi Club Manhattan e Marshall.
Lo stesso Jacob Bernstein era un Maestro di scacchi di buon livello; il suo amore per il gioco spiegava la sua generosità nei riguardi dei giocatori di scacchi.
Il suo alloggio personale era al terzo piano dell'edificio ed era sposato ad un'irlandese grassottella ed esuberante che sembrava adorarlo.
La signora Bernstein aveva un cospicuo numero tra fratelli e cugini nelle forze di polizia ed era veramente uno spettacolo, il venerdì sera mentre lei preparava per suo marito i piatti ebraici che lui preferiva, vedere Yonkel dinnanzi ad una coorte di poliziotti in uniforme, pieni di ammirazione, proprio al centro del suo dominio di giochi d'azzardo illeciti.
Un giorno, ad un convegno del candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, Wilson, alzò la mano per rivolgere una domanda: "Signor Wilson, è vero che se lei sarà eletto tutti avranno un lavoro?" Wilson rispose affermativamente. "Ma, signor Wilson, io non chiedo un lavoro, io sono un giocatore!
Charles Jaffe, un uomo slanciato dal portamento di gitano, battezzato dal poeta Alfred Kreimborg il "Principe ereditario della corona degli scacchi dell'East Side", teneva la sua corte il più frequentemente allo Stuyvesant. Meritò questo titolo a causa del numero dei soggetti, "Kibitzers" (mosche cocchiere), che gli stavano intorno e dei quali certamente non poteva essere considerato responsabile. Aveva tra l'altro la specialità di concedere cospicui vantaggi a giocatori di eccessiva inferiorità, e questo modo di comportarsi gli procurava un gran numero di gustosissime combinazioni.
La sua povertà era ben nota, il che faceva esclamare a dei burloni: "Charlie Jaffe? L'ho conosciuto quand'era povero!"
Egli trovò tuttavia il modo, raschiando il fondo delle sue tasche, d'inviare ad Alekhine, che stava allora disputando il suo match per il campionato del mondo con Capablanca a Buenos Ayres, un telegramma contenente un'analisi d'una variante del gambetto di Donna, con un nuovo colpo da lui proposto, e di cui si pensa che Alekhine abbia fatto uso.
Non si dice un gran bene di Alekhine, come persona, ma fà piacere ricordare che, di ritorno a New York, si sdebitò accettando di disputare un match in due partite con Jaffe, senza remunerazione alcuna, all'Hotel Astoria.
Il match non provò naturalmente alcunchè, Jaffe fu severamente sconfitto, ma fu un gesto generoso che va a credito di Alekhine.
Jaffe, uomo di spirito, accettava qualsiasi sfida sulla scacchiera. Il suo stile era un inimitabile prodotto del gioco da caffè, che, sia che perdesse o vincesse, deliziava gli spettatori.
Mi sconfisse parecchie volte in molte brillanti partite, ma mi capitò pure di rendergli la pariglia.
Devo il fatto di aver conservato la traccia d'una di queste improvvisate partite alla buona grazia d'un amico, famoso violinista, che a quell'epoca amava guardarmi giocare fino alle ore piccole e che trascrisse la partita.
La posizione decisiva è presentata qui ed è un tipico esempio d'una partita "da caffè" Jaffe giocava con il nero in una Ruy Lopez e si era ingegnosamente difeso dalla pressione che andava accentuandosi. Dunque, dopo la sua ultima mossa (36. Cd7-ç5), minaccia Cxé6 e nel medesimo tempo il cambio delle torri. Sembra in tal modo essersi tratto fuori dai guai, ma:
bianco nero bianco nero
37 Tç7xAé7 ! Ta7xTé7 38 Tç1xCç5! d6xTç5
39 Cd2-f3
E' il momento degli ultimi due sacrifici. La terza offerta, quella della Donna, è inaccettabile a causa di 40. Cf3-g5 e matto. Per il momento , il bianco guadagna un "tempo" molto prezioso. Le mosse restanti sono praticamente forzate.
........... Té7xCf7 45 Db3-b2 Ta8-g8
40 Cf3-g5+ Rh7-h6 46 Ah8-d4 Dç5-é7
41 Cg5xTf7+ Rh6-h7 47 Ad4-f6 Dé7-ç5
42 Dd4xç5 Ca5xb3 48 Cf7-g5+ Rh7h6
43 Dç5-é3 Dg8-f8 49 Db2-d2 Dç5-f8
44 Dé3xCb3 Df8-ç5 50 é4-é5 Tg8-h8
51 é5-é6 Abbandona.
Erano quasi le 3 del mattino quando la partita finì. Il mio amico violinista promise di inviarmi una copia dei suoi appunti. "Perchè sta a perdere tutto questo tempo?" gli dissi scherzosamente, "Perchè non resta a casa ad eseguire i suoi esercizi?"
E lui rispose: "Esercitarmi lo posso fare dove e quando voglio, ma dove potrei vedere delle così belle partite a scacchi, se non qui?"
Uno dei membri più interessanti del vecchio Stuyvesant Club - e probabilmente il "giocatore" più autentico che abbia mai conosciuto - è stato George Treysman, che non aveva mai consultato un solo libro di scacchi, come analogamente, suppongo, avesse fatto con libri di qualsiasi specie. Tuttavia possedeva una acuta intelligenza ed uno spirito mordace, sferzante. Quando giocò nell'unico torneo importante a cui prese parte, (il primo Campionato moderno degli Stati Uniti, nel 1936), Treysman, praticamente uno sconosciuto, sorprese gli intenditori rimanendo in testa alla classifica per quasi tutta la sua durata, e terminò ex aequo al terzo posto in compagnia del GM Reuben Fine.
Jaffe era un uomo molto buono, troppo accomodante, per prendere indebitamente vantaggio sui semplicioni con i quali poteva capitargli di giocare, mentre Treysman era il pirata degli scacchi per eccellenza, che combinava la psicologia all'insulto, in modo tale da far desiderare alle sue vittime di giocargli contro, anche se, all'inizio, non glie ne fosse importato un bel niente
Io ero giovane ed inesperto al nostro primo incontro, ed egli mi bastonò severamente.
Avendo poi fatto progressi ed essendomi abituato al suo stile, ero diventato in grado di affrontarlo. Un giorno in cui l'avevo sfidato ad una partita, Treysman, che non giocava mai se non per denaro, mi disse: "Ascolta, ragazzino, perchè giocare uno contro l'altro? E' come se dei cavalli scommettessero su dei cavalli." Mi gonfiai d'orgoglio: avevo ottenuto il mio diploma. A partire da quel momento diventammo buonissimi amici.
George, così come un altro giocatore, sopprannominato Caruso, amava cantare motivi ed ariette durante la partita, specialmente quando la vittoria era alle viste- per esempio dei motivi popolari, come Who hit Nelly in the belly with a flounder? (Chi ha colpito sul pancino Nelly con un cuscino?) oppure l'altro motivetto il cui ritornello si ripeteva ossessivamente: "They call me Shirley, because my hair is curly" (Mi chiamano Shirley perchè ho i capelli a ricciolini). Aveva una tal predilezione per quest'ultimo motivo che dopo un pò lo chiamavano soltanto più "Shirley".
Poichè non avevo bisogno come lui degli scacchi per soppravvivere, gli portavo spesso dei clienti. Quando ne puntavo uno papabile, ben in arnese, esclamavo ad alta voce: " Ehi! Shirley, eccone uno in arrivo!"
George abbordava la sua preda con cortesia: "Sarebbe interessato ad una partita a scacchi, signore?" Questa improvvisa entrata in argomento conduceva di solito ad una prudente risposta: "Gli scacchi? no, non credo.
-Una partita alle carte può essere?
-Questo non mi interessa proprio.
Casinò? Domino? Forse Le piacerebbe di più il bigliardo? C'è un'eccellente sala dall'altra parte della strada."
Il cliente poteva sempre tentare di sbarazzarsi di George, ma quest'ultimo non era per niente leggero da spostare:
"Un ping-pong? Una partita alla pulce? Qual'è il vostro gioco preferito? Io posso giocare con lei a qualunque gioco di sua scelta , dandole dei vantaggi unicamente per la considerazione che nutro nei suoi confronti."A questo punto l'individuo si piegava: " E sia, Mi sta bene giocare a scacchi. Quali vantaggi intende concedermi?" George si divertiva allora ad interpretare la parte dell'uomo profondamente disgustato: "Dei vantaggi? Ecco qui un uomo riccamente vestito d'un completo spigato in tessuto inglese con tanto di tasche riportate, e che mi chiede dei vantaggi!
-Ma è stato lei a dirmi che mi avrebbe dato dei vantaggi!
- Bene, bene, quel che è detto è detto, le darò un pedone ed il tratto."
Dal filo all'ago, passin-passetto, il vantaggio e la posta aumentavano ad ogni partita, George giungeva a concedergli una Donna. Il pesciolone a questo punto era agganciato per bene.
Un famoso aneddoto di Treysmann riferisce che un giorno avesse dato il vantaggio della Donna ad un giocatore un pò troppo forte. A mò di compensazione, Treysman si inventò lì per lì un nuovo metodo di arrocco corto. Invece di piazzare la torre sulla casa dell'alfiere di re, la mise subito in quella di re, guadagnando un colpo. Sbalordito, il sempliciotto se ne accorse : "Come, disse, quando io arrocco, la mia torre si ferma alla casa dell'alfiere e quando arrocca lei giunge fino alla casa di re?"
E fu allora che Treysman ebbe la sua replica immortale : " Ascolti," flautò virtuosamente, " lei arrocchi a modo suo, ed io a modo mio, è d'accordo?
- D'accordo", disse il pollo.
Al di fuori del Campionato degli Stati Uniti, George non prese parte che ad un solo altro torneo (per quel che ne posso sapere), e fu il campionato dello Stuyvesant Chess Club che ebbi la fortuna di vincere con 11,5 su 12. La mia ultima partita, patta, fu quella che disputai con George, che finì secondo. In tutta onestà devo confessare che Treysman giocava con un serissimo svantaggio: Gli mancava l'incentivo di un immediato guadagno finanziario. In verità , Yonkel Bernstein aveva generosamente offerto una congrua borsa al vincitore, ma si trattava pur sempre d'un traguardo lontano, senza alcun pratico interesse per un uomo che doveva pagarsi la cena la sera stessa. Infatti, come giocatore di scacchi, George Treysman aveva un'unica debolezza : amava essere pagato subito, appena la partita fosse finita.
Era il 1933 e ricordo ancora l'eccitazione che regnava al Club quando vi entrai.
"E' qui... Alekhine è qui !" Era vero, egli era lì, allo Stuyvesant Chess Club, in carne e ossa, che giocava non a scacchi, ma a bridge. Alekhine era visibilmente ubriaco, fumava senza sosta, buttava le carte e le faceva schioccare e trovava il compagno sempre in fallo, poi, per finire, lo accusò di essere chiaramente alleato con gli avversari, lanciò via furiosamente le sue carte e si diresse verso la sezione degli scacchi. "Chi è il giocatore più forte qui? Gli concedo degli importanti vantaggi. " E questa fu la sua sfida.
Vi fu un profondo silenzio. City College mi guardò, tirò su col naso : "Allora, gran genio, come puoi restartene così calmo ?"
Io chiesi : "Che tipo di vantaggi, signor Alekhine ?"
Alekhine mi squadrò fieramente ; dai sorrisi e dall'atteggiamento d'aspettativa degli astanti, si rese conto che ero un forte giocatore.
" Il vantaggio della patta, offrì.
-Non è sufficiente, dissi scuotendo il capo.
-Pedone e il tratto.
-Per che cifra?
-Per ciò che vuole.
-Dieci dollari! "
Vi fu un mormorio. Dieci dollari, nel peggior momento della grande crisi, era una somma consistente per dei giocatori di scacchi. Fu portato un tavolo da scacchi al centro della sala. Una nuovissima scacchiera in linoleum vi fu posata, e il geniale Bernstein portò un gioco di scacchi di marca, anch'esso nuovo, tirato fuori dal suo armadio personale. Il gioco, come la maggior parte di quelli di cui ci si serviva là, era un autentico Staunton in legno, veramente bello. (I tempi erano poveri, ma ora lo son di più. Quasi tutti giocano con pezzi in plastica.) Fummo subito circondati da dieci file di spettatori, i più lontani arrampicati su delle sedie o su delle tavole per vedere meglio. I giocatori di carte avevano anch'essi disertato i loro tavoli , anche quelli che ignoravano tutto degli scacchi. La cosa più sorprendente era che regnava una calma assoluta, per la prima volta nella storia del Club. Il fumo era denso come d'abitudine, ancora più spesso intorno ad Alekhine. Egli smise di soffiare il suo fumo ed apparve veramente nervoso. Per contrasto, io avevo un'aria calma.. Vantaggio del pedone e del tratto significava che muovevo per primo, con il bianco ; Alekhine tolse il suo pedone d'alfiere di re, ed io giocai il tratto abituale con questo genere di vantaggio 1. é4, in modo tale che Alekhine non poteva rispondere nè con é5 nè con la siciliana ç5. Nell'uno e nell'altro caso il tratto 2. Dh5, scacco, avrebbe potuto, al minimo, guadagnare un altro pedone. La risposta abituale del nero è quindi é6. Con mia grande sorpresa Alekhine giocò d5 ! Pensandoci dopo la migliore risposta sarebbe stata 2. é4xd5, ma io vidi l'opportunità di prendere un altro pedone. In verità peccai d'un eccesso di sicurezza ! (e questo al cospetto del campione del mondo ! Il fatto è che ero giovane, ma invecchiai rapidamente nel corso di questa partita). Allora giocai 2. Dh5+, g6 ; 3. Dh5xd5, DxD ! Ora Alekhine con due pedoni in meno, cambiava le Donne! Che cosa chiedere di meglio? Il gioco continuò : 4. é4xDd5 , Cf6. Dopo questa mossa normale e prevista, io avvertii un primo brivido. Mi accorsi che non potevo prendere il pedone con la mossa naturale 5 . Cç3. Il nero avrebbe potuto portare il suo cavallo di donna in b6, eseguire l'arrocco lungo, recuperare un pedone, e questo con uno sviluppo migliore. Dove era sparita l'iniziativa che avrei dovuto avere con il vantaggio del tratto e di un pedone ? Per compensare questa perdita d'iniziativa, decisi di conservare a qualsiasi costo il pedone in più. Quindi : 5 . ç4 , ç6! Alekhine se ne infischiava altamente del suo pedone. Come Morphy, mirava ad un rapido sviluppo.
6 . d5xç6, Cb8xç6 ; 7 . Cf3, é5 ; 8 . d3 ( devo arrestare 8 . ..., é4 ), Af5. Che fare? 9 . Cf3-h4, Cç6-d4 ; 10 . Ch4xAf5, g6xCf5 ; 11 . Rd1, O-O-O ( permette una pericolosa pressione offensiva del nero). Non ero più altrettanto sicuro di me stesso. Alekhine era diventato calmo.. ed io nervoso. Il mio pedone arretrato in d3 sembrava condannato. volevo strenuamente conservare il mio vantaggio d'un pedone ma Alekhine aveva una posizione superiore, sufficiente forse per recuperare questo pedone. Ed allora, con materiale pari...
Se Alekhine fosse ancora vivo, gli sarebbe certo possibile ricordare l'ordine delle mosse che seguirono come gli accadeva spesso anche per partite di ben scarsa importanza. Francamente, io ne sono incapace, salvo per ciò che riguarda l'impressione generale che tutto avvenne esattamente come avevo presentito. Il pedone di donna in d3 cadde, e Alekhine continuò ad esercitare la sua pressione, fino a che mi trovai contento di rinunciare al mio vantaggio d'un pedone per avere l'opportunità di iniziare una serie di cambi. Con il materiale rimanente la posizione era di parità, il che Alekhine riconobbe dopo qualche manovra senza risultato.
Alekhine, ripresosi dalla sbornia, sembrava ora meno irritabile mentre rimetteva a posto i pezzi neri, meno l'alfiere di re, per un'altra partita. Fu in quel momento ch'io giocai la mossa più brillante della serata. " Ancora una partita ?" Mi chiese.
-"No, grazie" e mi sottrassi cortesemente.
Con le buone o con le cattive il giocatore da caffè non ha che un solo obbiettivo : vincere. Allo Stuyvesant, tutti i metodi erano praticamente tollerati. Non si recalcitrava se non dinnanzi alla violenza.
Un giorno accadde che nel corso d'una discussione riguardante la posta in gioco un giocatore di scacchi puntò una pistola sul suo avversario, provocando un assoluto silenzio di riprovazione, al punto che Bernstein, attirato dalla mancanza di rumore, si precipitò sul posto, gettando uno sguardo gelido di rimprovero e di disprezzo sull'aspirante pistolero.
Ci attendevamo di vedere il delinquente cadere morto stecchito, folgorato Come Yonkel aprì la bocca, eravamo preparati ad udire un rombo di tuono. "Puah ! disse semplicemente, questo non è bene." L'uomo rimise la sua pistola in tasca.
Si racconta alla buona la storia d'un anziano che nascondeva nella sua lunga barba una torre nell'angolo della scacchiera e che improvvisamente la scopriva, al momento propizio, con grande sorpresa del suo avversario, per farle attraversare tutta la scacchiera e catturare un pezzo. La storia potrebbe benissimo essere vera, ma il procedimento non è evidentemente alla portata di coloro che non posseggono l'equipaggiamento pilifero necessario.
Il metodo più generalmente applicato è, spostando un altro pezzo, di urtare la vostra torre con il gomito per spingerla a metà fuori dalla sua casa. Un altro movimento del gomito e si riesce a metterla fuori completamente. L'avversario non ci bada, oppure, se se ne accorge, spera che l'abbiate dimenticata e che giochiate così con una torre in meno. Al momento decisivo, quando la torre possa entrare in gioco con una forza devastante, fingendo la massima sorpresa, dite : " Ma dove è andata a finire la mia torre? Avevo ben una torre qui ? " Il vostro avversario, evidentemente, non ha nessuna possibilità di negare il fatto. E voi ne approfitterete per soffiargli delicatamente la sua donna.
Partecipando al torneo nazionale open di Las Vegas, ebbi l'occasione di far uso di un trucco da caffè. Dopo aver giocato a " Black Jack " fino alle 4 del mattino, non si è certo nella forma migliore per la ripresa d'un torneo di scacchi nella mattinata a partire dalle 9, anche con un antagonista di valore inferiore. Il mio avversario aveva il bianco, e il gioco si svolse così : 1 . é4, é5 2 . Cf3, Cç6 3 Aç4, stavo per rispondere con Aç5, quando ebbi la misteriosa premonizione, (confermata più tardi dal mio avversario), che la sua intenzione era di giocarmi un gambetto Evans. Il gioco sarebbe allora continuato così : 4 . b4, Aç5xb4 5 . ç3, Ab4-ç5 6 . d4. Questo mi andava alla perfezione. Conoscevo bene questa linea di gioco ed il sacrificio d'un pedone abitualmente conduce ad una partita favorevole al nero.
Sfortunatamente, giocando la mia terza mossa, in luogo di fermare l'alfiere in ç5, lo spinsi fino alla sua destinazione finale in b4. Era un orribile sbaglio. Il bianco ora aveva tutti i vantaggi della mossa ç3 senza dover fare nessun sacrificio.
Essendomi subito reso conto del mio errore, assunsi comunque un atteggiamento freddo e sorridente. Il mio avversario, sospettando chissà quale profondo tranello, si prese 15 minuti di riflessione, e nel momento in cui stava per risolversi a muovere, gli domandai, come se fossi sorpreso di questo lungo tempo di riflessione : "Ma che succede? Non avete mai sentito parlare della difesa Kravetz ? *" ((*) Questa mossa, un pò estrosa, è stata effettivamente inventata e adottata da Alapin, che le diede il suo nome.) La sua mano restò sospesa a mezz'aria. La mia osservazione gli costò altri 15 minuti di riflessione sul suo prezioso tempo di gioco. Mi piacerebbe poter raccontare che perse per tal motivo questa partita. L'onestà, tuttavia, mi spinge ad ammettere che la mia posizione era troppo compromessa, e persi. Ma fu purtuttavia un buon espediente.
Nella maggior parte dei casi ciò che conta veramente è la qualità delle mosse. Al gioco tipico "da caffè", è il modo in cui si giocano queste mosse.
L'obbiettivo è quello di deconcentrare, d'intimidire o di far andare su tutte le furie l'avversario.
Questa lista dà qualcuno dei procedimenti che abitualmente sono diretti al candidato di turno :
Il Martello - Alzare il pezzo abbastanza in alto, poi posarlo sulla sua casa con grande forza, allo scopo di intimorire l'avversario.
La Massa - Da usare soltanto in situazione disperata . Il pezzo viene sbattuto con una tale energia, che tutti gli altri sono proiettati in aria. Non si giunge più a ricostruire la posizione e non resta che iniziare una nuova partita .
La Delicatezza - Questa è la replica più efficace contro il martello Con il mignolo in aria, non si solleva quasi il pezzo, che si installa delicatamente nella nuova posizione. Più Il Martello si sfoga con violenza, e più si esegue delicatamente il colpo successivo. Metodo sicuro per portare all'esasperazione il Martello.
La Delikatessen (Squisitezza) - Questo trucco si esegue mangiando un panino, di preferenza al "pastrami caldo" (spalla di bue affumicata ), appoggiandosi nello stesso tempo con il gomito sulla scacchiera. Il fumo profumato infastidisce l'avversario.
La Pasticceria - Molto amata da Donald Byrne, le fragranze della crema sostituiscono il pastrami.
Lo Spadone - Urtare energicamente i pezzi dell'avversario per arpionare quello che si desidera catturare. Gli altri pezzi, così spostati, potranno venire riposizionati in modo vantaggioso.
Lo Sconfinamento - Posare un pezzo in modo da farlo rimanere a cavallo di due case. A seconda dell'evolversi della situazione, si fà la scelta giusta.
La Vite - Appoggiare il pezzo fortemente sulla casa, torcendolo, il che dà un'impressione di grande solidità scientifica. Praticato dal campione del mondo Smyslov.
La Paralisi - Non abbassare il pezzo in un sol colpo, ma tenerlo in aria agitando convulsamente la mano. Il partner avrà pietà di voi e perderà volontariamente la partita.
La Finta - Questo trucco è usato dal professionista desideroso di consolidare la sua presa su di un nuovo pollastrone. Si finge di voler posare un cavallo in una casa che permetterebbe al bianco di dare un matto immediato con una torre. A questo punto, come se si cambiasse idea all'ultimo secondo, si esegue una mossa che minacci al tempo stesso il re e una torre. Il piccione, persuaso che il professionista abbia vinto per un colpo di fortuna, si affretta a pagare ed a impegnarsi in una nuova partita.
Il Trillo - Dopo un periodo di canto a volume normale, come colpito dall'idea di una combinazione straordinaria, alzare il tono progressivamente in un crescendo che non può che terminare in uno scacco matto.
Il Trillo Sospeso - Guardando con intensità la scacchiera, strozzare il trillo a metà nota, come fulminato dall'idea di una combinazione ancora più notevole di quella dell'iniziale ispirazione. L'avversario sarà ancora più irritato dall'improvviso silenzio.
Si potrebbero elencare molti altri trucchi : Lo Spazzino, Lo Scompigliatore, Lo Snervato, La Mano che Passeggia, L'Avvoltoio, Il Pomicione, La tavola a Spinta, Il Nuotatore, La Mano di Pietra, La Mano Ombra, Il Rosicchiatore, Il Pezzo trattenuto, Il Sorcio, Il Serpente, etc. ma questo è sufficiente per un inizio.
Uno dei più abili praticanti di questi procedimenti, particolarmente della Delicatezza, era il dottor Slowly, già citato. Il suo accanito avversario era un Martello soprannominato "Mutik lo sfregiato. Si è detto precedentemente che la Delicatezza vince invariabilmente sul Martello, e infatti così era in questo particolare caso.
Mutik era uno zoticone apoplettico dotato d'un certo spirito, ma veramente troppo scatologico perchè lo si possa riferire qui. Il dottor Slowly lo faceva lievitare, e man mano che il gioco proseguiva, l'ira di Mutik aumentava, la cicatrice del suo mento diveniva sempre più bianca ed un flusso ininterrotto di invettive sfuggiva dalle sue labbra. Ma Slowly era impermeabile ad ogni insulto e, mentre Mutik sbatteva i suoi pezzi con sempre maggior forza, Slowly, sollevando la mano con un'aria falsamente allarmata, raccomandava : "slowly" (dolcemente), e giocava ogni mossa con più delicatezza della precedente, il mignolo sollevato, facendo scivolare lentamente ogni pezzo al suo posto come un pianista che carezzasse un notturno di Chopin.
La loro posta era invariabilmente di cinquanta cents per partita .(1930) Mutik aveva sempre con sè una buona scorta di mezzi dollari pronti, perchè perdeva in continuazione . Il pagamento avveniva seguendo un rito immutabile : Mutik estaeva il suo mezzo dollaro, vi sputava sopra, e lo posava su un angolo della scacchiera ; allora Slowly, dopo averlo delicatamente raccolto tra il pollice e l'indice, lo asciugava accuratamente sulla parte anteriore della sua giacca e l'introduceva in tasca, dopodichè ordinava con calma i suoi pezzi per un'altra partita. Mutik lo fissava per un bel pò ed alfine faceva altrettanto. Questo rituale si ripetè una partita dopo l'altra, giorno dopo giorno, che piovesse o tirasse vento, per almeno dieci anni per quanto io possa ricordare.
Poi, un giorno, il buon dottore ebbe un incidente causato da un camion, che senza dubbio non doveva aver inteso il consiglio : "dolcemente, dolcemente". La sua morte portò un cambiamento completo d'atteggiamento in Mutik. Continuò a venire al Club ma si sedeva calmo presso il tavolo dove avevano l'abitudine di giocare, parlando di rado, e senza mai alzare la voce. Dopo un bel pò di tempo si arrischiò a giocare una partita a scacchi, provò addirittura la sua vecchia ingiuriosa eloquenza, ma senza porci alcuna passione. Finì con lo smettere di giocare ed in seguito anche di venire al Club. Apprendemmo poco dopo che era morto anche lui, e qualcuno insinuò che fosse morto di crepacuore.
Questa mia "spaventosa" fatica dedico ai miei amiconi Claudio, Adriano, e
anche Alberto, inguaribili (per fortuna) giocatori "da caffè". Mario carissimo, comprendili!
Carletto Ottobre 1996
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